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Riunione alle Cinque

 
"Avevo chiamato la signorina Paola. Chi è lei, signorina?"

"La signorina Paola è assente per malattia, direttore. Io la sostituisco..."

"E Giovanna? Non c'è nemmeno la signora Giovanna?"

"E' in ferie, direttore..."

"E' vero, è in ferie... Maledizione... Lei come si chiama? E' la prima volta che la vedo. Da quanto tempo è con noi in azienda?"

"Mi chiamo Francesca, direttore. Sono stata assunta da tre settimane..."

"... e sostituisce la signorina Paola..."

"Ehm... sì, direttore... La aiuto, e la sostituisco quando manca. La signorina Paola mi ha spiegato quali sono i suoi compiti."

"E mi dica... glielo ha spiegato... nel dettaglio?"

"Ehm... più o meno... sto cercando di imparare... faccio del mio meglio, direttore"

"Voglio dire... vede, la signorina Paola ha anche dei compiti... un po' particolari... piuttosto delicati... molto personali... diciamo intimi... gliene ha già parlato, per caso?"

Francesca arrossì ed abbassò lo sguardo. "Sì, direttore... me ne ha parlato..."

Lo sguardo dell'uomo si illuminò per un attimo, poi tornò serio e autoritario. "Molto bene... Si avvicini, signorina. Si faccia vedere"

Timidamente Francesca fece qualche passo in avanti in quell'enorme ufficio dirigenziale, fermandosi a pochi metri dall'imponente scrivania di mogano. L'uomo si alzò dalla poltrona e cominciò a girarle intorno. Lei sentiva in maniera quasi fisica il peso di quello sguardo che la scrutava minuziosamente.

"Niente male" commentò compiaciuto, stando in piedi dietro di lei. "Bel visino, bel portamento. Bel seno, belle gambe..." Allungò una mano sollevando un lembo della minigonna sulla parte esterna della gamba destra. "Autoreggenti... bene bene..." commentò.

Tornò davanti a lei e si appoggiò contro il bordo della scrivania. "Che ne direbbe, signorina, di sostituire la signorina Paola per quelle mansioni... particolari? Si sente all'altezza?"

Francesca arrossì, se possibile, ancora di più. "Cerco di fare del mio meglio, direttore..."

"Lo vedremo subito. Si inginocchi, signorina. La mettiamo subito alla prova. La signorina Paola sa essere sempre molto soddisfacente con la bocca..."

"Lo so" mormorò lei e, inginocchiandosi, con un filo di voce, ripeté "Faccio del mio meglio, direttore..."

"Anche la signora Giovanna, però, non se la cava affatto male..." aggiunse lui tra sé, pensoso.

Francesca intanto si stava destreggiando, con le mani un po' tremanti, su cintura e chiusura lampo. Nel giro di pochi istanti si trovo al cospetto di un cazzo di dimensioni notevoli, che dalla sua posizione sembrava ancora più imponente. Istintivamente lo prese nella sua mano delicata e cominciò a far scivolare la pelle pian piano, scoprendo e ricoprendo il grosso glande violaceo. Quell'arnese era duro, caldo e pulsante. Francesca istintivamente deglutì, continuando ad osservarlo.

"Coraggio..." mugolò l'uomo. Francesca avvicinò la testa al pene e lo percorse lateralmente con la lingua. Ripeté il gesto sfiorando la grossa protuberanza del canale che lo percorreva per tutta la parte inferiore. Poi lo sistemò in modo di averlo puntato contro le labbra e si dedicò a slinguare la cappella con morbidi movimenti rotatori.

L'uomo, che cominciava a respirare più forte, la lasciò fare per un po'. Poi, senza troppi riguardi, portò la mano destra sulla nuca di lei, stringendo tra le dita i capelli vicino all'attaccatura, e la tirò contro di sé. Francesca rispose all'esplicito invito spalancando le labbra e lasciandosi penetrare in bocca dall'ingombrante fallo dell'uomo.
Lui non mollò la presa, e impose alla testa un sostenuto ritmo di ampi va-e-vieni, finché la donna non diede cenno di aver recepito la cadenza desiderata e di poter continuare da sola.

"Sì... bene così... una bella bocca tenera... brava... un po' inesperta... ma te la cavi benissimo... sei una brava troietta succhiacazzi..."

Incoraggiata da quelle dure parole di apprezzamento, Francesca cominciò a sciogliersi e ad eccitarsi. Quasi impercettibilmente dei piccoli "mh... mh... mh..." cominciarono ad accompagnare i movimenti della sua testa, e a fare da contrappunto ai commenti, sempre più osceni, dell'uomo.

"Sei brava... si vede che ti piace... l'esperienza te la faccio fare io... con questo cazzo... vedrai quanto me la godo questa tua boccuccia di troia... ti faccio fare gli straordinari..."

A quel punto Francesca, senza starci troppo a pensare, si decise. Prese fiato e si buttò avanti con la testa, fino a sentire la cappella gonfia scivolargli nella gola. Spinse ancora, fin quando percepì, tra labbro superiore e naso, il solletico dei peli ispidi dell'uomo.

"Wow... lo prendi in gola... che puttanella ingorda... dio, mi fai impazzire..."

La donna fece un paio di volte su e giù. Poi strabuzzò gli occhi e, tutta rossa in viso, estrasse velocemente il cazzo dalla bocca, tossendo.

"Mi scusi, direttore... non ce la facevo... stavo per strozzarmi... mi scusi... il suo cazzo è molto grosso..."

"Non ti preoccupare, puttanella..." la tranquillizzò lui, compiaciuto del complimento, "vedrai, ti abituerai presto... ora leccami le palle..." e si avvicinò di nuovo alla sua bocca, porgendole lo scroto e tenendo il cazzo puntato in alto, tra due dita. Francesca esegui ubbidiente e, mentre teneva la bocca e la lingua impegnate ad omaggiare i testicoli di lui, riprese a carezzarlo su e giù con la mano.

L'uomo si godette per un po' tanto la carezza di quella lingua umida e guizzante, quanto lo spettacolo di lei inginocchiata, tutta concentrata sui suoi genitali. Poi guardò l'orologio e sospirò. Si girò leggermente con il busto, fino a sfiorare con la mano un pulsante dell'interfono sulla scrivania.

"Signorina" disse nel microfono, cercando di dissimulare gli ansiti di eccitazione. "Avverta per cortesia l'ing. Salvetti che la riunione prevista slitta alle cinque. Prima di quell'ora sarò occupato, e non voglio essere disturbato. Grazie."

Poi si rivolse a Francesca. "Ho deciso di dedicarti un po' più di tempo. Sono sicuro che vale la pena conoscerti meglio." Indicò una specie di salotto, all'angolo dell'ufficio. "Vai su quel divano, inginocchiati, e chinati sullo schienale. Abbassa le mutandine e scopri bene il culetto."

"Subito, direttore..." Francesca in pochi secondi aveva eseguito, e l'uomo poté ammirare il risultato. Le scarpine con il tacco alto, i piedi e le caviglie, sporgevano nel vuoto, oltre l'orlo del cuscino di pelle beige del divano. Dalla caviglia sinistra pendeva una mutandina a perizoma di pizzo nero, dall'aspetto piuttosto umido e stropicciato. La banda elastica delle due autoreggenti nere, intarsiata a motivi floreali, faceva da cornice alla rotondità di un bel culetto liscio e chiaro, che si apriva al centro sulla valle scura e aperta del buchino anale e delle morbide pieghe della fica. Senza distogliere lo sguardo da tanto ben di dio, lui si liberò frettolosamente di scarpe, calze, pantaloni e boxer. Il cazzo turgido si ergeva orgogliosamente tra i lembi della camicia bianca, pochi centimetri sotto la punta della cravatta.

Francesca aspettava immobile, esposta, vulnerabile, mentre l'uomo indugiava a guardare, pregustando quelle delizie, stringendosi intanto nella mano destra la verga vibrante. I secondi passavano piano.

Poi, senza preavviso, le spinse due dita nella fica. La donna sussultò, ma le dita scivolarono dentro senza particolari resistenze. Dentro era molto bagnata.
Lui estrasse le dita e diede un altro paio di colpi con la mano al suo cazzo, portandolo al massimo stadio di durezza. Quindi appoggiò la cappella all'ingresso della vagina e la spinse dentro.

La donna sussultò ancora e si lasciò sfuggire un gridolino. Era bagnata, ma ancora stretta, e quel cazzo era notevole. L'uomo cominciò a pompare subito con decisione, gustandosi la sensazione delle pareti della vagina che si adattavano, gradualmente, allo spessore della sua asta, e dei sospiri di godimento di Francesca che, altrettanto gradualmente, crescevano di intensità.

"Queste puttanelle di oggi... basta dar loro un cazzo da succhiare e subito hanno un lago tra le gambe... e guarda questa, guarda come gode a prendere queste bordate di cazzo nella fichetta..."

L'uomo con le mani stringeva e stropicciava le natiche di lei con una certa brutalità, mentre la sospingeva avanti e indietro contro di sé, lasciando sulla pelle chiara le impronte rosse delle sue dita prepotenti. Intanto guardava compiaciuto il perimetro della vagina, grottescamente allargato per inghiottire il suo bastone di carne, che scivolava piacevolmente su e giù sull'asta dura, ricoprendola man mano di scintillanti tracce lucide. E continuava a parlare.

"Puttanelle... siete solo puttanelle da scopare tutto il giorno... da riempire di cazzo... questo è quello che volete veramente per essere felici... ma vedrò di accontentarti, sai... ho proprio intenzione di scoparti parecchio... voglio consumartela questa fichetta morbida..."

Francesca ormai stava perdendo il controllo, come testimoniavano gli urletti strozzati che emetteva ritmicamente in sincronia con gli affondi dell'uomo. Ma l'attendeva una sorpresa.

"Mica vorrai venire, vero?" le disse lui, rallentando il ritmo.

Francesca non capiva. "Co... cosa?"

"Ragazza mia, tu sei qui per lavorare, mica per divertirti..."

"La prego, direttore... non credo di poter resistere..."

"Non puoi venire senza il mio permesso..."

"La prego, direttore... mi conceda di poter venire... farò tutto quello che vuole... la prego..."

Lui fece finta di pensarci, continuando a randellarle la fica e facendo crescere dolorosamente l'eccitazione fin presso il punto di non ritorno. Il corpo di Francesca, contratto nel tentativo di frenare il piacere, era scosso da tremiti convulsi.

"Sarai per sempre la mia devota puttanella pronta a tutto?"

"Sì... sììì... sì, direttore, la prego... pronta a tutto..."

"E allora vieni... godi troia... te lo permetto... e fai presto ché voglio farti il culo" A queste parole, pur nella sua scomoda posizione, Francesca prese a impalarsi furiosamente contro il cazzo duro, fino a venire con un breve urlo seguito da un rumoroso rantolo.

Lui continuò con un certo sadismo a pomparla durante l'orgasmo, provocandole brevi ulteriori improvvisi sussulti. Poi sfilò il cazzo, gonfio e paonazzo all'inverosimile, lucido di umori.

"Prepara il culetto per me" ordinò deciso. "Bagnati due dita nella fica e infilale dietro."

Pure se ancora scossa dall'orgasmo, lei eseguì prontamente. Fece scivolare un braccio sotto il suo corpo e appoggiò la punta di indice e medio sulla vagina. Le dita entrarono senza difficoltà fino in fondo, riemergendone avvolte da una patina vischiosa e biancastra. Poi portò il braccio dietro la schiena, e spinse le stesse contro il buchino, ma in quella posizione non poté che far penetrare le prime falangi.

"Ora muovile... agitale... apriti bene il culetto..."

Lei fece del suo meglio, stringendo i denti per sopportare il dolore che lei stessa si provocava nel tentativo di forzare l'anello ad aprirsi.

"Basta così, non perdiamo tempo" tagliò corto lui. "Il mio cazzo è già abbastanza lubrificato".

Appoggiò la punta del cazzo all'orifizio e spinse. Ma il buco non si aprì e Francesca gemette forte per il dolore. Non era ancora pronta a riceverlo.

L'uomo si tirò indietro e sputò tra le sue natiche. Lei avvertì distintamente la sua bava tiepida cadere a pochi centimetri dall'ano, e poi la punta del suo pene che vi si strofinava per bagnarsi. Lui puntò ancora il cazzo contro il buco, e spinse. Lei urlò di nuovo ed incurvò la schiena come un gatto. "Stai giù!" le disse lui, premendola brutalmente verso il basso con una mano per riportarla ad aprirsi. Spinse ancora. Il buco stavolta cedette, strappando l'ennesimo urletto a Francesca. L'uomo la teneva ferma con decisione, incurante dell'agitarsi frenetico di lei, e guadagnando millimetri nelle sue viscere.

Ormai era ben dentro. Lei sentiva tirare le carni all'inverosimile, ma si rassegnò, vinta, a subire il supplizio, limitandosi a qualche periodico singhiozzo. Un paio di lacrime le rigavano il viso.

Lui capì di essere ormai padrone della situazione. Sputò ancora e con le dita bagnò bene la parte di asta che stava all'esterno. Il cazzo cominciò a scivolare con maggiore fluidità nel buchino violato, e il piacere tornò a crescere. L'uomo recuperò così quella massima durezza di erezione che nella brutalità del primo assalto aveva parzialmente perso. Ciò provocò una ulteriore dilatazione dell'orifizio martoriato, strappando l'ennesimo breve lamento a Francesca. Ma l'uomo ormai aveva preso il suo ritmo e la fotteva nell'ano implacabilmente.

"Stupendo questo culetto... stretto e morbido... ma era vergine?"

"No, direttore..."

"Ma nemmeno troppo usato, direi..."

"No, direttore..."

"E dimmi, chi se la gode questa meraviglia? Il tuo ragazzo?"

"Qualche volta... raramente... Però..."

"Però...?"

"Lui non ha... ugh... un cazzo così grosso..."

"Beh, da ora non glielo darai più... devi tenerlo per me"

"Ma..."

"Poche storie! Gli dirai che non vuoi, che ti fa male... vedrai, non insisterà... voglio essere io a godermi questo culetto ancora stretto... voglio allargartelo per bene, a misura del mio cazzo... poi, quando l'avrò reso bello ospitale, potrai tornare a farti inculare da chi vuoi..."

Francesca sospirò. "Va bene, direttore..."

"Sono piccoli sacrifici che il lavoro a volte richiede..."

"Non è un sacrificio, direttore... sono contenta che lei m'inculi..."

"Sono contento per te... perché te lo chiederò molto spesso..."

"Tutte le volte che vuole, direttore..."

"Ti sta piacendo?" chiese lui. E si fermò.

Francesca rispose implicitamente, continuando da sola ad impalarsi con il culo su quel cazzo.

"Sì, direttore... molto... Fa un po' male, ma è bello sentire nel culo un cazzo così grosso"

L'uomo riprese a muoversi, assestando un paio di colpi violenti, che la fecero sobbalzare. Poi incrementò il ritmo.

"Preparati... sto per venire... ti voglio sborrare nel culo..."

"Oh, sì... la prego... venga dentro di me, direttore... la prego..."

Lui accelerò ancora i colpi, poi con un sordo gemito venne, e si chinò in avanti, sulla schiena di lei, ansimando.

Passarono alcuni secondi, scanditi dal respiro affannato di entrambi.

Poi lei sorrise e sì girò. "Ok. Basta così... perfetto... sei stato grande come al solito" e gli porse le labbra. Lui le baciò delicatamente e, ancora col fiato grosso, rispose "Grazie, dottoressa..."

Lentamente, spossati e soddisfatti, tornarono a ricomporsi. Lui raccoglieva e man mano indossava i suoi indumenti. Lei, recuperate le mutandine, cercava alla bella e meglio di riassettarsi il vestito.

"Sei un mito, Dalmassi. Mi hai fatto morire quando hai fatto il gesto di chiamare l'interfono. Pensavo che stessi parlando davvero con la Mastrobove..."

"Ma no... ho solo sfiorato il tasto..."

"Se fosse entrata, le sarebbe preso un colpo a vedere un cazzo come il tuo. Quella poveraccia secondo me non immagina neanche che esistano meraviglie di questo genere..."

"Grazie, dottoressa..."

"Comunque ti sei disimpegnato stupendamente nelle vesti del top manager maniaco... ma anche l'altra volta, come frate confessore, sei stato un mito... sai improvvisare da dio... hai del talento... o forse sei solo un gran porco"

"Grazie, dottoressa..."

"Sono io che non sono molto credibile come segretaria neoassunta di primo pelo... non ho più il fisico di una decina di anni fa..."

"Ma vuole scherzare, dottoressa? Con la linea che ha potrebbe tranquillamente passare per una ventenne. Mi creda!"

Lei sorrise. "Dalmassi, tu farai una grande carriera con questa tua galanteria. Per non parlare di quel cazzo stupendo che ti ritrovi... Una grande carriera, vedrai... sei ancora molto giovane..."

"Ehm... a questo proposito, dottoressa... ci sarebbe quella mia richiesta per un aumento..."

"Ma certo, Dalmassi. In settimana incontrerò il responsabile del Personale. Non ci saranno problemi."

"Grazie, dottoressa"

Erano entrambi di nuovo perfettamente in ordine. Lei, seduta dietro la propria scrivania, si stava ritoccando il trucco, con l'aiuto di uno specchietto da borsa.

"E ora, Dalmassi" disse senza distogliere lo sguardo dal proprio riflesso, "ti pregherei di lasciarmi sola. Non ci crederai, ma ho davvero una riunione alle cinque."
 

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