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Certi Parenti

 
Nonna Menecandonia stava morendo e tutta la discendenza si era riunita nel piccolo paese di origine, un agglomerato di casupole in provincia di Teramo che contava ormai poche centinaia di anime.
C'erano tutti e quattro i rami della famiglia, corrispondenti ad ognuno dei quattro figli della nonna, due fratelli e due sorelle, che avevano abbandonato il paese in gioventù, ognuno per una destinazione diversa. La più giovane dei quattro, quella che era emigrata in Emilia, era la mia nonna materna.

A me, onestamente, di questa bisnonna dal nome assurdo (all'epoca ancora non avevo capito che era la contrazione dialettale di "Domenica Antonia") non è che interessasse poi molto. In tutta la mia vita l'avevo vista sì e no una mezza dozzina di volte, senza mai istaurare l'ombra di un rapporto personale. Non credo che mi abbia mai nemmeno chiamato con il mio vero nome, usando sempre all'occorrenza quello di un altro a caso tra la trentina di nipoti, pronipoti e acquisiti. D'altra parte l'ho conosciuta già ultranovantenne e non mi potevo aspettare di più.

Ero molto più interessato, invece, alla possibilità di rivedere la mia cuginetta Irene, di cui ero innamoratissimo, che apparteneva al ramo vicentino della famiglia. Nemmeno lei avevo visto troppe volte, ma avevo avuto occasione di conoscerla meglio sul finire dell'estate precedente, subito prima che riaprissero le scuole, quando con la mia famiglia avevo passato una settimana al paesino contemporaneamente alla famiglia degli zii di Vicenza. Tredicenne e smaliziata lei, ingenuo dodicenne io, avevamo avuto molte occasioni per divertirci insieme da soli, e non era mancato (sempre su sua iniziativa) qualche tentativo di giochino particolare, sotto forma di variante del classico "dottore e ammalato". A dire la verità, mi ero prestato piuttosto malvolentieri a quel tipo di passatempi. Lo avevo fatto più che altro per darmi arie "da grande" con lei. Erano stati nulla più che maldestri baci con la lingua e fugaci toccamenti delle rispettive parti intime, e l'eccitazione indotta da quei contatti non compensava il disagio né l'imbarazzo. Tuttavia durante l'inverno successivo, in corrispondenza con i primi cambiamenti fisiologici della pubertà e con i primi discorsi che si cominciavano a fare tra coetanei, mi trovai a ripensare a quelle esperienze mettendole in una luce del tutto diversa, e a smaniare per avere l'opportunità di ripeterle.

Per cui, sin dal pomeriggio in cui arrivammo al paese, cominciai a fare tutto il possibile per capire se c'era anche Irene, e per cercarla. Fui preso da grandissimo entusiasmo quando la vidi, e la mia gioia fu immensa nel constatare che a sua volta sembrava rivedermi con molto piacere. Anche lei era cresciuta in quegli otto mesi, ed era ancora più bella di come la ricordavo. Purtroppo non riuscii a scambiare che un breve saluto, entrambi presi come eravamo dal tourbillon infinito di zie e zii mai visti, da salutare e da cui ricevere gli inevitabili sbaciucchiamenti e gli immancabili complimenti, del tipo "quanto sei carino" o "come sei cresciuto" (che ho sempre ritenuto anche un po' iettatori).

Quella sera ogni famiglia si ritirò nella sistemazione di fortuna che aveva trovato in zona, tra pensioncine, motel, alberghetti. La casa di nonna era un tipico casolare di campagna, ma non abbastanza ampio da poter ospitare tutto il parentado accorso, e comunque c'era stato tacito accordo di non creare troppo caos intorno alla moribonda.

Durante la notte, nonna Menecandonia morì, e la mattina dopo eravamo tutti lì, nella vecchia casa di famiglia. Gli adulti, riuniti in gruppetti di tre o quattro persone, erano impegnati a confabulare a voce bassa di atti notarili, di proprietà, di successioni, e di altri argomenti per me privi del minimo interesse. Io invece cercavo insistentemente con gli occhi Irene, che avevo intravisto un paio di volte tra una stanza e l'altra della casa, ma che non riuscivo mai a raggiungere.

Finché non la vidi sbucare da dietro un angolo. "Vieni!" mi disse, con aria complice, facendomi con la mano segno di seguirla. Ci inoltrammo per un lungo corridoio che portava al lato opposto della casa, meno popolato da ospiti. Erano tutti troppo presi, dagli eventi e dai discorsi, per fare caso a noi. Ci infilammo in un'ampia camera da letto. Era la camera degli Ospiti, con la "O" maiuscola, una specie di santuario tenuto sempre in perfetto ordine e pulitissimo ("non si sa mai..."), ma perennemente inutilizzato, persino in un'occasione come quella. Sembrava il posto ideale per non essere disturbati.

Quella stanza mi incuteva una sorta di timore reverenziale. C'era un letto matrimoniale di dimensioni monumentali, un enorme armadio che odorava di polvere e naftalina, con l'anta centrale ricoperta da uno specchio grigiastro e maculato che sembrava aver visto scorrere i secoli dei secoli. Dai comodini e dal comò di foggia antiquata, i volti color seppia di qualche oscuro parente, scomparso chissà da quanto tempo, mi osservavano infastiditi e inquisitori. Poca luce filtrava dalle persiane chiuse e nella stanza regnava una spettrale penombra.

Irene non sembrava affatto impressionata. Tenendomi per la mano, si addentrò nella stanza, superando il letto e avvicinandosi alla finestra. "Finalmente" disse, e senza pensarci due volte mi diede un gran bacio in bocca.

Non feci in tempo a rispondere al bacio che mi sentii gelare. Dal corridoio arrivava un rumore di passi in rapido avvicinamento. Irene reagì con prontezza. "Giù!" mi disse, trascinandomi con sé prima a terra e poi sotto al lettone. Appena in tempo. La porta si aprì e diverse persone entrarono nella stanza.

Ascoltammo una discussione nella quale si delinearono due partiti. Il primo, composto soprattutto da donne, difendeva ostinatamente la tradizionale inviolabilità della "stanza degli Ospiti"; il secondo, prevalentemente maschile, si appellava a ragioni di più concreta rilevanza pratica e alle condizioni di scarsa presentabilità di un'altra stanza non meglio precisata. Alla fine fu quest'ultimo partito a spuntarla. "Va bene, dai" concluse qualcuno, "portiamola qui."

Io non capivo. "Cosa succede?" sussurrai pianissimo a Irene. "Portano qui la nonna" mormorò lei, preoccupata. Mi resi così conto con orrore del guaio terribile in cui ci eravamo cacciati. Pochi secondi dopo sentii un rumore di legno che sbatteva contro gli stipiti della porta. "E' l'impresa funebre. Stanno portando la bara" mi spiegò sottovoce Irene. Nella sua posizione era in grado di sbirciare da uno spiraglio della sovraccoperta che arrivava fino al pavimento, e aveva una percezione più chiara di cosa stava succedendo. "E adesso cosa facciamo?" chiesi disperato. "Aspettiamo. Non possiamo fare altro" rispose lei.

Restammo muti e immobili sotto il letto, mentre la sistemazione della pesante cassa di legno faceva incurvare la rete e il materasso sopra di noi. Poi percepimmo delle manovre che non fu difficile interpretare come la collocazione della salma, traslocata a braccia da una parte all'altra della casa, nella bara, condita dagli immancabili "Attento!" e "Fai piano!". Nel frattempo, avevo per un paio di volte distinto in lontananza la voce di mia madre che si chiedeva "Ma Alfredo? Dove è finito?" e ogni volta il cuore mi era balzato in gola, anche se puntualmente le rispondevano "L'ho visto con Irene, stai tranquilla, saranno a giocare qui intorno."

Dopo quelli che mi sembrarono secoli, ma che probabilmente furono appena una decina di minuti, il trambusto cessò. Gli zii erano tornati nelle altre stanze a fare i loro discorsi. La nonna fu lasciata a riposare in pace nella cassa, tenuta ancora aperta per permettere ad eventuali visitatori l'ultimo saluto. Intorno alla bara c'erano i primi omaggi floreali il cui olezzo si percepiva fortissimo anche sotto il letto. Sui comodini erano state collocate delle candele accese e tutto intorno regnava un'atmosfera di solenne e rispettoso silenzio. Irene ed io ci rilassammo un po'. Lei ora sembrava addirittura divertita dalla situazione.

"Forse adesso possiamo uscire..." proposi speranzoso. "Non subito" rispose lei sorridendomi, e di nuovo mi abbracciò e mi baciò. Stavolta, non so perché, mi ritrovai eccitatissimo anche io, e non solo risposi al bacio, ma cominciai anche a toccarla con mani frenetiche, cercando di non pensare al fatto che pochi centimetri sopra di noi c'era il cadavere della nonna. Mi accorsi deliziato che il seno di Irene era maturato, rispetto all'estate scorsa, e riempiva piacevolmente la mia mano intrufolata sotto la sua camicetta. Senza esitare le sbottonai i pantaloni e mi infilai anche lì, assaporando il contatto con il ciuffetto dei peli e con quelle misteriose pieghe di pelle umida e profumata dove ancora faticavo ad orientarmi, ma che sapevo costituire l'agognata ed inaccessibile "figa". Dopo avermi fatto giocare un po', Irene prese decisamente l'iniziativa, slacciando la mia cintura ed aprendo la zip. "Ehi, cuginetto! Vedo che ti è cresciuto!" disse piano. Ero eccitatissimo e ce l'avevo duro da farmi male. Invece delle carezze casuali e curiose dell'estate precedente, Irene prese subito a fare con la mano un movimento regolare, su e giù, che aveva effetti sconvolgenti su di me. Non ebbi difficoltà a riallacciarmi alle vaghe e incerte nozioni che avevo sull'argomento, basate sul sentito dire. Quella era una "sega", non c'erano dubbi. Strano, però. Se ne parlava sempre così male. Mi ritrovai a chiedermi dove Irene avesse imparato a "fare le seghe", e provai una fitta di gelosia all'idea che avesse avuto esperienze con altri ragazzi.
Improvvisamente il piacere si impennò e le gocce biancastre del primo orgasmo della mia vita andarono ad imbrattare il pavimento. Irene era compiaciuta del risultato. "Hai goduto?" mi chiese. "Sì" risposi, "ma adesso andiamo via, ti prego. Mamma mi sta cercando!". Ero sconvolto e confuso, e quell'atto proibito appena compiuto aumentava il mio senso di colpa.

Aspettammo un momento in cui sembrava ci fosse sufficiente calma nei paraggi. Poi strisciammo fuori, uscendo tutti e due dalla stessa parte del letto, quella lontana dalla porta. Fummo tragicamente sfortunati. Eravamo entrambi in ginocchio pronti ad alzarci quando udimmo di nuovo un minaccioso rumore di passi dal corridoio. Non c'era tempo per tornare sotto. "In piedi!" sibilò pronta Irene. Io, senza riflettere, obbedii.

"Irene! Alfredo!" disse qualcuno ad alta voce. In un batter d'occhio un numero imprecisato di zie e di zii si materializzò accalcandosi sulla porta.

Quello che tutti videro, alla luce tremolante delle candele, fu l'immagine innocente e angelica di due ragazzini, con le mani giunte, la testa china e l'espressione addolorata, al di là del letto su cui giaceva composta la morta, nella sua cassa circondata da fiori.

"Cosa state facendo voi due?"

"Stiamo pregando" rispose con voce rotta Irene, gettando un occhio umido e disperato sulla povera salma della nonna.

Con l'aiuto della penombra anche io riuscii a contrabbandare un contegno serio e cupo. La nonna, vestita di nero, stringeva una corona da rosario nelle mani bluastre. Con le labbra tirate e rigide, sembrava che anche lei stesse trattenendo a stento una risata.

Sono passati più di cinque anni ormai, e da allora non ho più rivisto Irene. Dopo la morte di nonna Menecandonia i contatti tra i vari rami della famiglia sono stati ancora più rarefatti. Ma non perdo la speranza, anche perché adesso sono più grandicello ed ho un'idea estremamente più chiara di quello che mi piacerebbe fare con lei, la prossima volta che capiterà.

Prima o poi, qualcuno dei nonni o degli zii che abbiamo in comune morirà, ed avrò finalmente la mia occasione. Lo so, è un po' cinico come pensiero, ma d'altra parte è noto a tutti. Certi parenti li si incontra solo ai funerali.

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